Nel mio lavoro ogni giorno sono a contatto con la bellezza. Con quella palese certo, ma molto più spesso, con quella celata, quella che aspetta di essere riconosciuta, apprezzata e liberata.

Due delle mostre che ho visitato a Berlino al Martin Gropius Bau, avevano ad oggetto proprio la bellezza.

La prima dell’artista tedesca Isa Genzken, è una raccolta di tutte le sue opere. Il titolo è “Mach Dich hübsch!”, ovvero, “Fatti bella!”. Un viaggio in tutte le fasi del suo percorso artistico che ha avuto spesso come tema la bellezza e il corpo umano.

L’altra è una mostra sulla cultura Maya, che raccoglie statue, gioielli e tanto altro. Il titolo è “Die Maya – Sprache der Schönheit”, ovvero “I Maya, Il linguaggio della Bellezza”.

Osservando le due mostre è immediatamente evidente quando sia soggettivo e mutevole nel tempo e nello spazio il concetto di “bellezza”. Ovvio direte voi: nel caso dei Maya addirittura torniamo indietro di centinaia di anni, come possono i canoni rimanere gli stessi?

Ma pur differenti è chiaro che la bellezza, la cura di sé, è sempre stata una esigenza umana. Da sempre esprimiamo noi stessi anche attraverso la ricerca del bello. L’immagine, si sa, è un comunicatore potentissimo. Il più potente. Ben più della parola.

La Genzken invece è una artista tedesca, la cui forma espressiva è totalmente impregnata dalla cultura di appartenenza. Lo sappiamo, pure così vicini i nostri cugini europei hanno un concetto di bellezza ed un rapporto con essa molto diverso da nostro.

Lungi ovviamente da me l’idea di fare qui un trattato sociologico e antropologico: non è il mio lavoro.

Ma sarà per il tema, sono parecchie le riflessioni che queste mostre hanno suscitato in me. Il tema riguarda un elemento che è parte della mia vita, visto e vissuto in un contesto nel quale, chi mi segue lo sa, mi accingo a trasferire la mia professione.

È sufficiente guardarsi intorno per capire quali e quante siano le differenze nella percezione della bellezza, del rapporto con essa e con il proprio corpo tra donne italiane e tedesche. 

bellezza

Da noi l’ossessione malata della ricerca della perfezione del corpo, di una bellezza spesso artificiale, quella delle riviste patinate, totalmente lontana dalla realtà di corpi interamente ritoccati. Il tutto unito a una attribuzione di valore della persona sulla base della taglia e delle marche indossate. Di contro però, questo corpo viene costantemente maltrattato e oltraggiato con diete dimagranti mortificanti, trattamenti medici/estetici inutili e a volte pericolosi.

In Germania è evidente a che livello altissimo sia arrivata l’accettazione dei loro corpi e dei loro visi, ma soprattutto del tempo che passa da parte delle donne tedesche. È sufficiente guardare le loro riviste per comprendere che l’immagine della donna nella società è totalmente altro rispetto alla nostra. 

Per quanto eleganti, griffate, curate e attente alla loro immagine, le donne tedesche si piacciono e si accettano per come sono. Con i loro rotolini, con le loro rughe, con i loro difetti. Ci saranno, non lo metto in dubbio, ma io non ho mai incontrato una “donna gatto” a Berlino. Non una donna deturpata da zigomi di plastica, bocche deformate e occhi tirati ai limiti del ridicolo. Nessuna di loro accetterebbe mai di rinunciare alla propria unicità. Nessuna accetterebbe mai di diventare uguale a tutte le altre.

Io credo che se le tedesche forse ancora possono imparare qualcosa dalle donne italiane in fatto di moda e di stile, le donne italiane avrebbero da imparare molto di più. Potrebbero imparare il rispetto per se stesse; dovrebbero imparare ad accettare la bellezza del loro viso che cambia e che racconta la propria vita con i segni del tempo. Dovrebbero imparare anche e soprattutto a rispettare le altre donne, smettendo di giudicarle per il loro aspetto fisico.

Ogni volta che mi addentro nel mondo di questo popolo così complesso e così profondo, la mia avventura berlinese diviene sempre più un meraviglioso viaggio dentro me stessa.

Amiche italiane, l’augurio più grande che io possa farvi, è di essere anche voi “ ein bisschen Deutsch”, ovvero un po’ tedesche.

(pic by Mihaela Noroc)

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English Version

In my job, every day I come into contact with beauty.  With evident beauty yes, but much more often with hidden beauty, that which lies waiting to be recognised, appreciated and freed.

Two exhibitions I visited recently in Berlin at the Martin Gropius Bau had as their subject, yes, you’ve guessed right, beauty.

The first was of works by German artist Isa Genzken, a retrospective of all her works. The title: “Mach Dich hübsch!”, that is, “Make yourself beautiful!” A trip through her whole artistic development, which has very often focused on the theme of beauty and the human body.

The other is an exhibition dedicated to Mayan culture, a collection of statuettes, jewellery and many other artefacts. The tile is “Die Maya – Sprache der Schönheit”, that is “The Mayans – the Language of Beauty”.

Observing these two exhibitions, it immediately becomes clear just how subjective and changeable over space and time the concept of “beauty” is. Obvious, you might well say, in the case of the Mayans we’re looking back in time for centuries, how could the precepts of beauty remain the same?

But albeit different, it is clear that beauty, the care one takes of one’s body has always been a human need. Since time immemorial, we have expressed ourselves also through the search for beauty. The image as you know is a very powerful medium. Indeed, it’s the most powerful. Much more so than words.

Genzken on the other hand is a German artist, whose expressive form is totally bound up with the culture to which she belongs. As we know, although our European cousins are so close to us, they have a concept of beauty and a relationship with it that is very different from ours.

Far from me, obviously, the idea of producing here a sociological and anthropological treatise – that’s not my job.

But perhaps because of their theme, there are many reflections that these exhibitions have aroused in me.  The theme concerns an element that is a part of my life, seen and experienced, as those who follow me know, also in my new professional field.

It’s enough to glance around to notice many differences in the perception of beauty, and in the relationship with it and with one’s body, between Italian and German women.

Here in Italy, there is an obsession with the perfect body, a beauty that is often photo-shopped, as seen in the glossy magazines, with bodies altered by cosmetic procedures and completely divorced from reality. And this is coupled with assessing a person’s value based on clothing size and brands worn. By the same token, this body is constantly ill treated and harassed by punishing slimming diets and by useless, and occasionally dangerous, medical and beauty treatments.

German women, by contrast, have achieved a very high level of acceptance of their bodies and faces, and especially of the ageing process. It’s enough to thumb through their magazines to appreciate that their image of the woman in society is completely different from ours.

However elegant, designer-clothed, soignée and careful of their image German women may be, they like themselves and accept themselves for what they are. With their love handles, their wrinkles and their imperfections. There may well be women with “doll-like” faces in Berlin too – but I have never come across any. I haven’t seen women with stretched faces, pulled eyes and pouty lips. Not one of them would ever renounce her own unique nature. Not one of them would accept becoming just like all the others.

I believe that while German women can still perhaps learn something from Italian women as to style and fashion, Italian women have much more to learn from German women. They could learn to respect themselves more; they could learn to accept the beauty of the face that changes and tells the tale of their lives through the signs of time. They could also and above all learn to respect other women, and finally avoid judging them for their physical aspect alone.

Every time I plunge into the world of this people so complex and profound, my Berlin adventure becomes increasingly a wonderful trip to the discovery of myself.

My dear Italian friends, the best wish I can make for you, is that you too might become “ein bisschen Deutsch”, just a little German!

 

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